“ALBERTO MANZI: STORIA DI UN MAESTRO”
L’Istituto Comprensivo “Tattoli De Gasperi” di Corato il 13 febbraio ha offerto agli studenti l’opportunità di assistere presso il Teatro comunale alla visione di un meraviglioso spettacolo teatrale, “Alberto Manzi: storia di un maestro”, uno spettacolo molto profondo che ha fatto riflettere noi studenti sull’importanza della scuola e della cultura e soprattutto della figura del maestro/professore.
Alberto Manzi diventò insegnante dopo la Seconda Guerra Mondiale, e, alle prese con le conseguenze della guerra, aveva davanti a sé una società analfabeta. A questo problema dedicò tutto se stesso, ma la sua unica preoccupazione era aiutare i ragazzi, dando loro un futuro.
Avendo così a cuore la scolarizzazione degli italiani elaborò un vero e proprio programma televisivo, “Non è mai troppo tardi”, nel quale utilizzando una lavagna e un gessetto alfabetizzò molti italiani.
Lui fu insofferente alla burocrazia scolastica, per due anni si rifiutò di compilare le schede di valutazione e per questo motivo fu sospeso dall’incarico di maestro. Dopo di ciò, obbligato a scrivere un giudizio per ogni allievo, scelse di scrivere come giudizio “In ogni caso l’alunno fa quel che può, quel che non può non fa valorizzando i progressi, sia pur lenti, raggiunti da ciascun alunno.
Alberto Manzi apparteneva a quella generazione di maestri che affidava alla scuola il compito principale di accompagnare lo sviluppo intellettuale del bambino, di educare e pensare, insegnare a guardare oltre e saper riflettere.
Lo spettacolo in particolare era incentrato sulla sua prima esperienza di maestro quando fu mandato in un carcere minorile, dove non era semplice insegnare. A rappresentare tutti i giovani dietro le sbarre c’era Mollica, un personaggio che prima non crede nella figura del maestro e non segue le sue indicazioni, ridicolizzando tutte le lezioni. Successivamente però in lui nasce fiducia e stima nei confronti del maestro, grazie a lui impara a scrivere e inizia ad utilizzare la scrittura per buttare fuori i suoi pensieri, i quali verranno letti e apprezzati dallo stesso maestro. Secondo Alberto Manzi le sbarre non erano tanto robuste nella realtà, quanto nelle menti dei giovani incarcerati che, appunto per liberarsi dalle sbarre, avevano bisogno della cultura, perché la cultura rende liberi.
In seguito, il maestro andrà ad insegnare in una scuola e quindi sarà costretto ad abbandonare tutti i ragazzi che aveva conosciuto nel carcere minorile. Dopo alcuni anni, ritornerà a salutare i ragazzi e si ritroverà con Mollica, che successivamente troverà impiego in un bar.
Secondo me, oltre alla storia per celebrare il maestro, ciò su cui ci si dovrebbe soffermare è il rapporto tra lui e Mollica, un rapporto fragile, sì, ma anche un rapporto molto forte e significativo, dove i due pur essendo molto diversi riescono a costruire un vero e proprio rapporto di fiducia. Il maestro dalla sua parte, una figura colta paziente e decisa, che però non riesce a trovare le parole giuste per salutare Mollica, e Mollica invece un delinquente, che nonostante abbia avuto l’occasione di scappare dal carcere non la sfrutta per non deludere il suo maestro che gli aveva dato tanta fiducia.
La citazione che ricorre anche nello spettacolo, “L’allievo fa quel che può e quel che non può non fa”, è il giudizio che scriveva evitando di esprimere valutazioni e significa che lui vuole premiare l’allievo per i suoi risultati certamente, ma anche per l’impegno, per il miglioramento che può avere; quindi, il sapere è un puzzle dai tasselli infiniti che non si può comporre tutto, ma tassello dopo tassello ti avvicini sempre di più ad esso e proprio per questo un alunno che si sta migliorando va premiato.
Alunna Miriam Marrone
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